^Back To Top

foto1 foto2 foto3 foto4 foto5

    youtube linkedin pinterest tumblr   

 

Rassegna stampa

Accesso Utenti

Contatore visite

Newsletter

Chi è online

Abbiamo 81 visitatori e nessun utente online

Siti partner

MurMurOfArt

 

 

 

 

 

 

Specchia.it / sezione Cultura

Galleria Mentana Firenze

Luigi de Giovanni a Seulo a dipingere (Galleria Mentana)

 

 

 

 

 

Amministrazione

 

Natale a Specchia: sensazioni di una spettatrice

Il Comune di Specchia, come ogni anno, ha organizzato con grande sensibilità il “Natale nel Borgo”, mirando, oltre che a un impegno di rinnovata fede, alla promozione culturale e turistica del paese, per questo ha accolto le proposte che gli venivano presentate dalle associazioni.

La sera del 24 dicembre 2014, com’è ormai consuetudine, nella piazza del Popolo nel grandissimo braciere, si è accesa la catasta di legna, per dare il via alla “focaredda”, antica usanza che, metaforicamente, penso intendesse scaldare il Bambinello del presepe e realmente servisse alla povera gente per vincere il freddo sferzante della piazza e per portare a casa un po’ di brace per dare calore non solo di rinnovata festa.

Anche quest’anno le fiamme si sono levate altissime accompagnate da uno scoppiettio che manda scintille che s’innalzano in cielo come stelle. Dallo spigolo del palazzo Risolo si ha modo di notare che le fiamme si dividono in due alte lingue che lasciano intravvedere il campanile della chiesa che, con l’irregolarità e il tremolio delle luci del fuoco, sa di magico. Sì. Il clima è proprio natalizio.

Le persone che affollano la piazza si scaldano e mangiano le gustosissime “pittule”, preparate negli stand - cucina.

Nel castello già dal giorno 21 dicembre la mostra “Natale d’Artista” rappresenta l’ideale concezione della Natività con le “Personali in collettiva” di: Ute Bruno - Luigi De Giovanni - Laura Petracca - Roberto Russo - Ada Scupola - Giovanni Scupola.

Specchia pure quest’anno ha interpretato il Natale con grande prova di fede e sacrificio, i presepi si sono moltiplicati. Infatti, oltre al “Presepe vivente” che è quello che suscita maggiore interesse da parte dei cittadini e dei turisti, ne sono stati approntati nelle chiese, nel castello e persino nei bar.

Molto significativi, per la purezza dei sentimenti racchiusi nella poesia dell’infanzia, sono i disegni fatti dai bambini seguiti, nei lavori, da Suor Rita dell’ordine delle Suore Ravasco. I fogli, organizzati e allestiti in pannelli dall’Arch. Stefania Branca, sono capaci di raccontare il vero senso della fede e dei sogni di pace e amore dei bambini di tutto il mondo.

Il Presepe dei giovani dell'Associazione “Bambin Gesù” ha anticipato la festa con una ricostruzione di ambiente quasi boschivo che, subito, malinconicamente, mi ha riportato a Seulo, il mio paese sui monti del Massiccio del Gennargentu, ai suoi boschi e al muschio che veniva usato in grande quantità nel presepe della Chiesa della Beata Vergine. Istintivamente, ho subito unito i ricordi dei miei sogni imbiancati da neve vera che, quasi per miracolo, cadeva, a fiocchi copiosi, illuminando ben oltre l’orizzonte nell’inverno di Barbagia, rendendo il paese stesso presepe. Ricordo che molto in anticipo si andava a raccogliere il muschio, spesso ricco di ombelichi di venere, profumato di bosco, le cortecce che si staccavano dai vecchi alberi, i rami di agrifoglio ricchi di drupe rosse e i bellissimi rami di tasso arrossati dagli arilli che, benché fronde d’albero della morte, riuscivano a colorare di gioia il mio Natale d’allora.

Le statuine di Maria e Giuseppe e del Bambinello erano bellissime. Non mancavano i pastori con i loro armenti, i greggi che ricordavano i gusti di tempi antichi vissuti con orgoglio anche oggi. Il mio presepe dell’anima, quello di Seulo, era povero ma ricco di poesia e tradizione conservata con amore e fede.

Ho avuto modo di notare che i giovani si sono impegnati in questi anni per conservare con cura la memoria del passato e rinnovare un rito di fede e di calore di famiglia.

Forse per nostalgia non posso far a meno di ricordare Seulo dove lo scorso anno venne allestito un presepe all’aperto, povero come scenografia ma ricchissimo come contenuti. La capanna era accuratamente isolata dalle intemperie, tenuto conto che lì non mancano neve e ghiaccio. La mangiatoia riempita di paglia, fu subito adocchiata da un bel gattino dorato molto infreddolito, che la scelse come giaciglio prima che vi venisse sistemato il bambinello. L’evento diventò subito virale, attrazione turistica per le tante foto fatte al gattino e per la loro diffusione sui media, venne salutato con gioia, dai seulesi molto divertiti, e come un bel segno dall’alto: bisogna sempre curarsi di chi sente freddo e di chi ha fame, di chi soffre o di chi non può manifestare nessun segno di fede cristiana. È vero il mio paese innevato, anche con il gatto nella mangiatoia o le goliardie giovanili, sa proprio di Natale.

Molto interessante e ricco di spiritualità ho trovato il presepe realizzato dai ragazzi di Ruffano, illuminato dai “soliti” fari prestati da Tommaso Vincenti, che con pochi mezzi e molto amore hanno creato statuine in carta pesta vestite con tessuti di recupero, cielo in raso blu e stelle in cotton fioc. È stato bellissimo vederli emozionati e impegnati nel fare qualcosa che dava loro gioia e a noi il senso del Natale vissuto nel modo migliore.

Un suggestivo presepe, preparato dai ragazzi dell’ACR nella Chiesa Madre, mostra l’attaccamento, delle persone del territorio, all’antica tradizione della coltivazione dell’ulivo e della produzione dell’olio. Questi ragazzi usando gomitoli di corda hanno realizzato tutti i personaggi, comprese le pecorelle. Il tetto è stato fatto con i fiscoli (intrecci di corda, che servivano nell’antica produzione dell’olio d’oliva) e tutta la scenografia, inclusi gli sfondi e le quinte, con dei deliziosi “cannizzi” (intrecci di canne che servivano per seccare al sole fichi, pomodori e tanti altri prodotti della terra) mentre i sacchi di juta costruivano colline e pianure di fatica.

Nel Presepe della chiesa di Sant’Antonio non manca nessun personaggio. Costruito con una cura assoluta, ha voluto rappresentare i climi illuminati da luci di stelle. Elogia il lavoro, la terra, non sempre rispettata, che ci dona copiosi frutti. Percorsi di pietra conducono alla salvezza divina. Fra castelli merlati il bambinello nasce nella rustica stalla, dalla porta sconnessa aperta, con il calore dell’amore divino. È un presepe ricco di personaggi che si affannano nelle fatiche della vita. È fatto con cura, non mancano i ruscelli, le montagne percorse da impervi e tortuosi tratturi, gli anfratti segreti, né la sabbia ricordo di terre d’oriente. Anche qui mi sovviene Seulo, i suoi scoscesi sassosi sentieri allietati dai rintocchi dei campanacci, che suonano note diverse per distinguere i greggi o gli armenti richiamati dai fischi dei pastori che spesso si distraggono zufolando.

Nel bar “Le mille voglie” ha preso forma il presepe del territorio salentino dove pagliare, con diverse caratteristiche, e muretti a secco creano l’atmosfera giusta. Qui è stato curato, soprattutto la verosimiglianza con il Salento. Fra i muretti e le pietraie che lasciano spazio al verde della vegetazione salentina c’è il muschio con alcuni ombelichi di venere, per me sempre “cappeddus de muru” che tanto mi piacciono e che da bambina usavo come piatti per la bambola. La stalla con la sacra famiglia è una sorta di grotta in parte diroccata e per questo molto efficace nella rappresentazione della Natività. Non mancano gli ulivi e l’aia circolare, dove un somarello è impegnato nella trebbiatura. Si è un presepe calato in altri tempi ma efficace nella rappresentazione delle intenzioni.

Sicuramente qui a Specchia sono stati allestiti molti altri presepi, soprattutto nelle case, ma questi sono quelli aperti al pubblico che io ho potuto visitare e apprezzare.

Il clou delle manifestazioni del Natale è il “Presepe Vivente” curato dall’Associazione Culturale Sportiva “Eugenia Ravasco” Onlus insieme al Comune di Specchia e alla Parrocchia “Presentazione della Vergine Maria” di Specchia. Il compito più impegnativo è, comunque, dell’Associazione Culturale Sportiva Eugenia Ravasco che per tempo studia e prepara le suggestioni del Presepe scegliendo il percorso, curando l’allestimento delle scene e la rappresentazione. Impegno, quest’anno, triplicato a causa delle bravate di alcune persone che hanno pensato bene di creare disagio rovinando alcune opere di scenografia. Ciò nonostante il giorno 25 dicembre alle ore 17 tutto è pronto.

Nella piazza antistante alla porta di Betlemme lo svolgersi del rituale prevede che debbano prendere la parola le autorità civili e religiose, per i discorsi inaugurali.

A parte un lieve ritardo del vescovo, che sicuramente ha avuto il suo bel daffare celebrando l'inizio dei percorsi di più Presepi nelle parrocchie da lui amministrate, tutto è proceduto senza intoppi.

Dalla via Roma si sente l’imperio dei comandi impartiti dal comandante della legione romana che si appresta all’ingresso in Betlemme. Sfilano eretti, alcuni con le armature che sembrano a placche, l’elmo che contribuisce a renderli ancora più minacciosi, lo scudo convesso tenuto con forza, il giavellotto e il gladio. Altri con lo scudo, probabilmente in duro cuoio, procedono, inquadrati e precisi nei movimenti, eseguendo gli ordini con accuratezza. Un soldato tiene al guinzaglio un bellissimo cane che incede con il capo chino, non ha nulla di bellicoso ma ricorda come dovevano essere terribili i romani nelle operazioni di conquista. Alcuni soldati battono su dei tamburi dando ritmo alla formazione. Vestite con tuniche e mantelli seguono le matrone dalle acconciature elaborate, le belle ragazze, i giovani e i bambini che daranno significato alla ricostruzione del tempo.

Nella piazza degli Artisti i figuranti si apprestano a disporsi nelle postazioni assegnate. C’è freddo ma tutti sembrano non sentirlo. Il gruppo degli “Agorà canti antichi” è pronto per ricordare l’antica musica salentina. Oltrepasso la porta che porta a Betlemme e lo scenario che mi attende è emozionante. Tanti i piccoli “romani” attizzano i fuochi e si scaldano. Sui tavoli piatti e scodelle sembra che attendano i commensali. Nella casa del censimento predomina il colore rosso, gli arredamenti sono importanti. Noto che vi sono delle armature, su trespoli o poggiate su bauli da viaggio, pronte a essere indossate: si ha proprio l’idea d’essere in un luogo di frontiera. Si fa la fila per essere censiti. Anch’io non mi sottraggo al dovere e mi appresto a scrivere i miei dati. Il fatto d’essere ospite in questo bel Borgo non mi fa sentire transfuga poiché ho la libertà di tornare a casa quando lo desidero. Ben diversa è la situazione dei clandestini che muoiono a migliaia nel Mediterraneo inseguendo un sogno di pace e benessere e, purtroppo, spesso finiscono in ingranaggi della disonestà. Dopo mi avvio all’ingresso vero e proprio, dove è gradita una piccolissima offerta, utile a predisporre il minimo indispensabile per la prossima edizione. Giungo alla bottega del “conzalimmi”, professione seppellita dal consumismo, intento, con una sorta di trapano, a far dei buchi che gli serviranno a rimettere insieme i pezzi di un piatto rotto. Questa bottega, priva d’ogni segno di benessere, mi fa pensare al nostro tempo e a quanti piatti, scodelle finiscono nella spazzatura in un anno, per lamentarci poi del costo dello smaltimento dei rifiuti. È proprio vero noi non pensiamo mai al poco che serviva in passato per vivere felici!

“Ecco la Vergine che concepisce e dà alla luce un figlio e gli porrà il nome di Emmanuele” (Isaia 7.14). - Recita così il cartello all’ingresso della scena dell’Annunciazione. Mi fa subito pensare ai tempi del fatto, ai costumi d’allora e alla giovanissima e immensa Maria che assunse la sua missione biblica scevra dai trastulli della sua età. Mentalmente faccio un paragone con la vita d’oggi soprattutto con la libertà che hanno giovani occidentali, incapaci di sacrifici e rinunce. Penso pure alla prigione, non solo fisica, che, ancora oggi, vivono le donne che in certe società non hanno diritti e vengono uccise solo per un sospetto di “disonore”, che è, purtroppo, il loro dolore d’esistere. Lo spazio dell’Annunciazione complessivamente mi è piaciuto tantissimo sia per l’essenzialità dell’ambiente sia per l’interpretazione di Maria inginocchiata e degli angioletti dalle mani giunte: tutto lascia pensare alla spiritualità del fatto raccontato.

Mi avvio alla sinagoga, dove i sacerdoti sono intenti alle letture. Delle piccole candele poggiate sul tavolo, raccontano con efficacia la ritualità, anche in assenza del candelabro a sette braccia simbolo di maggiore opulenza.

Mi perdo nel mondo delle tessitrici, delle ricamatrici e del filet. Qui noto i licci, le rocche, i tessuti di vari colori legati alla tradizione, le matasse, gli arcolai e un bellissimo telaio che mentalmente lego alla sala della tessitura dei miei nonni. Ricamatrici intagliano i tessuti con le loro creazioni, mentre una esegue la rete da fissare sul telaio da filet: m'incanto e chiedo a tutte spiegazioni ammirando i manufatti meravigliosi. I guanti fatti con il filet attirano particolarmente la mia attenzione. Penso come mai mia sorella Cate, professoressa in pensione e maestra nei ricami se pur ancora apprendista nel punto margarita, non ne abbia mai fatto un paio così! Questo mi fa pensare che tutti i saperi antichi bisogna conservarli con amore e tramandarli. Noto una paziente anziana che avvolge il filo come se avvolgesse i ricordi di una vita. La dolcezza meravigliosa che scaturisce da lei fa dimenticare i segni di sacrifici e di rinunce evidenti nelle tracce del tempo delle sue mani e del suo viso.

Nell’antico "lavaturu" di pietra, pila, si affanna, con le mani immerse nell’acqua gelida, la lavandaia mentre nel "cofanu", lavatrice d’altri tempi, si fa la lisciva. Con il ferro a carbone la stiratrice stira i panni tenuti con cura in un cesto.  Ricordo il passato, le madri della mia zona che portavano in equilibrio in testa il catino con i panni per andare ai ruscelli dove, nelle limpide piscine, facevano il bucato cantando le canzoni in sardo; come se lavare fosse una gioia senza fatica. Sciorinavano poi il bucato nei cespugli profumati e tornavano a casa portando tracce di fiori e arbusti. Nelle giornate di sole invernali si recavano nelle sorgenti tiepide e stendevano i panni negli spogli cespugli per farli gocciolare poi venivano disposti vicino al cammino: avverto ancora l’odore di fumo camuffato poi con mazzi di lavanda. Le giovani mamme in gruppo, spesso portavano in braccio i bimbi più piccoli, che avrebbero dormito dentro il catino più grande al suono dello scorrere dell’acqua, mentre i più grandi trotterellavano al loro fianco facendo un mare di domande o cantando a gran voce.

Al lume di candela, in un’atmosfera molto colorata, alcune adolescenti danno forma a presine e antiche bamboline. Ho rivisto le mie nipoti che ai vestiti di bambola mettevano bottoni grandi che sbordavano dal corpo stesso delle bambole!

Gli scribi, i sapienti dell’antichità, stilano o leggono i loro documenti scritti su rotoli o tavolette. La loro precisione recitativa non è stata distratta, dai rumori della via affollata, neanche per un attimo.

Un ambiente che mi è molto familiare è quello della lavorazione del miele. La smielatura non era un problema per i miei genitori che, armati di soffietto e coltello speciale, allontanavano le api con l’intenso fumo, prodotto da arbusti idonei. Mi vengono in mente i favi grondanti di miele profumato e la mia curiosità d’assaggiarlo, per scoprirne il gusto, che mi portava subito a prenderne un pezzo masticandolo sino a che non rimaneva che la cera: primordio delle mie gomme da masticare, il ricordo mi fa sentire ancora il sapore. Amavo e amo moltissimo, soprattutto, il miele amaro!

Nella penombra m’imbatto con le pecorelle chiuse in un recinto che consente d’osservarle da vicino. Alcuni bimbi attratti dalla loro presenza cercano di accarezzarle ma loro intimorite da tanto via vai indietreggiano nascondendosi ritmicamente una dietro all’altra.

Qui, come sempre, non mancano gli esperti della lavorazione della pietra.

Sono attratta dalla lavorazione dei filati, dove alcune persone, vicine al fuoco, districano la lana contenuta in sacchi di juta grezza, altre la pettinano. Poggiate, noto delle conocchie ma non vedo filatrici. A Seulo la mia prozia Totonia avrebbe completato l’opera con la filatura che era il suo passatempo preferito e che continuava a fare anche mentre ci raccontava le sue storie.

Non posso rimanere indifferente davanti alle creazioni con i piccoli rotoli di carta e sono sorpresa dalla maestria con cui vengono fatti, in carta pesta, i presepi con tutti i personaggi e le statuine. Mi sorprende “il mondo tra le mani” grande opera sempre in cartapesta.

Nella corte che porta al forno molta legna attende d’essere bruciata per la preparazione di pane e dolci. Entro e mi ritrovo in un ambiente familiare, i profumi sono simili a quelli che avvertivo dai nonni nella mia infanzia. Il fornaio attizza il fuoco mentre sul tavolo sono ormai lievitate le palline di pasta che daranno luogo alle gustosissime "frise" locali.

Nella madia due ragazze impastano con cura la farina unita all’acqua e al lievito. Più avanti è pronto l’impasto per le "pittule", evidente anche nelle maniche di solerti lavoranti.

La macinatura del grano è fatta con un’antica macina in pietra, manovrata da una giovane signora. La farina fuoriesce da una caditoia e finisce dentro un sacco bianco a trame strette. La scena è d’altri tempi! Con setacci e crivelli, dando dei piccoli colpi, alcune bimbe, separano la farina. Tutto sa d’antico! Questa figurazione è di una poesia malinconica struggente. Qui, mentalmente, riesco a sistemare i genitori, i nonni, la bisnonna: noi piccoli, fratelli e cugini, che avevamo sempre in qualche modo le mani nella farina o nel grano che scivolando dai nostri pugni chiusi cadeva a fontana nei cestini lasciandoci una sensazione gradevolissima, come penso abbia il bimbo che cerne il grano nella scena. Ci veniva sempre dato un po’ d’impasto per le nostre pagnotte creative che cercavano d’imitare “su pani pintau” delle feste.

La casa di Elisabetta, dove è ricevuta Maria, è verosimile per l’arredamento e per la ricostruzione coerente e benché povera sa di elegante. Un tavolo, segnato da un uso continuo che si perde oltre il ricordo, esalta suppellettili senza orpelli. L’essenzialità mi colpisce, come gli strumenti da lavoro che mettono a nudo le privazioni e il loro passaggio da generazione in generazioni. Le figuranti sono molto calate nelle parti tanto che riescono a trasmettere l’idea di una visita molto gradita.

Spostandomi mi ritrovo in una bottega, dove sono esposti i manufatti in pietra.

Arrivo dal bottaio “conzautti” e mi rendo conto che è proprio ben rappresentato. Infatti, l’abbigliamento e l’aspetto fisico lo rendono molto appropriato. Nella penombra appare sorridente come può essere una persona che vive fra le botti e pensa a quando saranno riempite dal buon vino salentino.

Ecco un’altra staccionata con le pecorelle che consumano il pasto serale. Stranamente qui non sono attorniate dai bimbi curiosi!

Nella locanda c’è un grande affollamento di buongustai che assaggiano i gustosissimi prodotti locali. Più in là i canestrini, per gocciolare, sono disposti in fila e dentro vi viene versata la ricotta ancora calda. In un’altra stanza trovo le massaie che preparano orecchiette, minchiareddi e sagne torte. In molti si allontanano con sporte ricolme, pregustando i buoni prodotti che cucineranno nelle loro case.

Noto la presenza di antichi strumenti, usati dal maestro con competenza, nella falegnameria: anche qui la scena è curata nei minimi dettagli.

Mi stupisce l’intreccio che dà luogo ai cestini. All’opera una giovane signora che appare molto esperta e precisa. In questo laboratorio, che mi suggerisce tempi passati, sono colpita da una piccola borsa con coperchio, che, stranamente, somiglia al cestino per la merenda che usavo quando andavo all’asilo.

Come si conviene per un grande evento la sala del matrimonio di Maria e Giuseppe ha un’aria di solennità ma conserva un’elegante sobrietà: nulla è eccessivo. Chi è seduto al desco si contenta di poche cose quali stoviglie in terracotta, ampolle in metallo un po’ di pane: tutto è giusto e non stride con la rappresentazione. Sembra proprio che si sia seguita la scritta che si trova all’ingresso.  “Il matrimonio tra Maria e Giuseppe dovette essere molto semplice. Quando la famiglia di Maria raggiunse un accordo con Giuseppe si celebrò lo sposalizio. Trascorso un certo tempo, Giuseppe condusse Maria nella propria casa secondo la legge di Mosè”.

Incontra dei meravigliosi angioletti con la fascia del “Gloria”. Mi soffermo. Sono così belli da suscitare enorme emozione.

I pastorelli, con le loro gabbiette, sostano o muovano quasi seguendo il ritmo delle zampogne suonate dai pastori. Qui la musica dà la sensazione di trovarsi realmente nel cuore della Natività: nella mia terra accompagnata dalle melodie delle “Launeddas”.

I richiami del mercato sono udibili da lontano. Canestri di profumato pane, cesti di frutta e verdura attirano i visitatori che fanno capannello.

Intorno ardono i fuochi dove, spesso, si fermano anche i visitatori per scaldarsi.

Incontro il recinto con le oche che non sembrano curarsi del traffico di persone.

Le strade, del rinnovato percorso, sono illuminate da piccole lanterne a candela, molto funzionali, in alcune zone ci sono dei lumini dentro ciotole o dei fuochi che rendono il clima incantevole.

Dei battiti ritmici ci annunciano che nei pressi c’è un fabbro. Osservo come si affanna pestando sull’incudine mentre con il soffietto dà aria al fuoco per rendere incandescente il metallo da forgiare. Vedo che l’ambiente è rustico e tutti gli utensili sono manuali e risalgono al periodo in cui tutto era costruito manualmente e ritento prezioso.

Artigiani e artisti realizzano con diverse tecniche i loro manufatti creando curiosità fra i visitatori avvezzi solo agli oggetti finiti.

Le caldarroste e il loro profumo invitante mi riportano alla mia casa natale dove d’inverno, quasi tutte le sere, si facevano saltare le castagne in una padella con i buchi, era un rito che scaldava le mani e ci lasciava in bocca un gusto indescrivibile. Ciò che mi piaceva maggiormente erano i racconti dei genitori e dei nonni che così ci intrattenevano senza farci annoiare e senza televisore.

Non posso passare dritta davanti alla bottega dei panari e dei cannizzi. Le creazioni dei maestri sono proprio belle e penso, dopo averne immaginato l’uso, che nelle case moderne potrebbero essere esteticamente interessanti come porta oggetti o per mille altre funzioni.

Fra le ricamatrici, che non perdono tempo, trovo tutta il fascino e l’eleganza delle cose fatte a mano. Qui macramè, punto antico, chiacchierino, uncinetto e tombolo non sono un mistero, sicuramente le mie sorelle ci avrebbero passato l’intera serata. Io, benché apprezzi tutti i ricami, quando mi trovo in mano l’imparaticcio, ricordo il buco che feci cercando d’imparare il punto turco: un disastro! 

Nel banchetto del mercato all’aperto è in bella mostra tanta frutta e verdura “casalina” che non passa inosservata alle massaie curiose.

Il calzolaio sta in una stanzetta spoglia, con lui un apprendista molto concentrato nell’imparare. Le scarpe da riparare sono proprio poche, perché poche erano in altri tempi quando moltissime persone avevano trasformato la pelle dei piedi in suole e tomaie.

Che fila davanti al pane "rostutu"! Basta proprio poco per riscoprire il gusto degli antichi sapori!

Rincontro gli “Agorà canti antichi” in un momento di rilassamento. Hanno messo a riposo i tamburelli e la voce. Sono fra "cannizzi" e panari intenti ad assaggiare i prodotti salentini, molto graditi anche ai visitatori.

Nel Borgo sotto il castello molti fuochi hanno perso la vivacità ma una bettola all’aperto rallegra tutti.

A Specchia l’ulivo è sovrano per cui non poteva mancare l’intagliatore del suo legno che ritrovo in un rustico spazio fra oggetti finiti o abbozzati.

Sacchi abbandonati, balle di paglia e tracce di fieno portano sino alla vigna della piazza. I viticci sono privi di pampini e fra i filari è cresciuta l’erba, che piacerebbe tanto a tutte le pecorelle dei recinti disseminati nel percorso. Le pale del fico d’india mettono in risalto le volute dei vitigni nostrani. Gli alberelli ai bordi rendono molto realistica una scena curata e perfezionata edizione dopo edizione.

L’eco dei bagordi della casa di Erode si ode da lontano. Qui danze, luci e lustrini ricordano l’opulenza che non ha controllo. Bene interpretata, nei contenuti poco spirituali, la scena, nel complesso, è molto caratterizzata.

Nell’aia situata nella piazza, il cavallo pare gradire il fieno posto nel calesse. Pur non somigliando ai cavalli che erano allevati dal mio babbo, riesce ugualmente a ricordarmi le mie cavalcate, alcune volte, spericolate.

Una luminosa stella cometa mi conduce nell’atrio del castello. Qui faccio la fila e osservo i fuochi vivaci attorniati da bambini figuranti.

Noto una scena con tronchi che fungono da sgabello e tanto lirismo di gioia si avverte intorno.

Giunta al cospetto della sacra famiglia, composta e semplice, sistemata fra cumuli di paglia, che hanno lasciato molte tracce sul pavimento. Mi soffermo a osservare l’ambiente che, nella povertà evidente, esalta la Natività che sicuramente è somigliante a quella avvenuta in un luogo spartano e povero quale poteva essere Betlemme. Nella scena molti bambini e angioletti si muovono con spontaneità creando un clima religioso di famiglia. La scena è molto bella e descrive molto bene l’atmosfera divina.

Rincontro pastori e zampognari che contribuiscono a rendere questo “Presepe Vivente” una rappresentazione di movimentata gioiosa spiritualità.

I Re Magi all’orizzonte si apprestano. Hanno seguito la stella di fede che ha animato gli interpreti del Presepe vivente di Specchia. Sono giunti, regali e maestosi nei loro ricchi mantelli. Onorano il Bambinello e presentano i doni. Avverto la malinconia di una festa conclusa in un bacio di speranza di pace, serenità e lavoro. Tutti s’inchinano davanti al Gesù della chiesa porto premurosamente da Don Antonio De Giorgi.

Devo dire che in questa in edizione del Presepe Vivente mi ha impressionato favorevolmente il clima di povertà, che farebbe contento pure papa Francesco che non si stanca di ricordare che Gesù non è nato in una reggia, e la recitazione puntuale.

Le scene sono state tutte all’altezza del fine. Il percorso mi è piaciuto per gli scorci e gli ambienti che sono stati inseriti.

Voglio fare un complimento a Rita e a tutti gli organizzatori che fra bambini che dovevano figurare Gesù ammalati, vandali e incendi sono riusciti, anche nell’emergenza, a dare esempio di grande sensibilità e competenza organizzativa. Quest’edizione mi convince ancora di più che il Borgo Antico di Specchia è proprio il luogo ideale per queste rappresentazioni. I palazzi, le corti, le antiche tecniche delle costruzioni lo caratterizzano talmente che non si potrebbe pensare a un luogo migliore per il Presepe Vivente. 

Specchia gennaio 2015                                                         Federica Murgia