“URLO NEL BUIO”
PERSONALE DI LUIGI DE GIOVANNI

LECCE- RAGGIO VERDE- DAL 4 DICENBRE 2004 AL 5 GENNAIO 2005
 




Urlo nel buio: “J’accuse”? di Ambra Biscuso

“Io sono convinto che il nostro fratello che vive nel sottosuolo lo si debba tenere alla cavezza.
Si, perché per quanto egli sia capace di restarsene lì zitto nel sottosuolo foss’anche per quarant’anni, il giorno che vien fuori non ce la fa proprio a trattenersi, si mette a parlare, parlare, parlare… alla fine, signori miei: è meglio non far niente! È meglio la consapevole inerzia! E dunque evviva il sottosuolo!” (F.Dostoevskij)

Dal caos nasce la vita che si consuma nella lotta. “J’accuse” urlano nella loro fissità motoria i jeans di De Giovanni, divenuti vuoti involucri senza corpo dove la storia è scritta a lettere maiuscole, dove la parola si perde nel silenzio. Eravamo abituati e leggere nelle opere di De Giovanni il grido della rivoluzione e l’avvertimento che tutto poteva finire nella controrivoluzione. Eravamo abituati a leggere: LIBERTA’, CAOS, VITA…LIBERTA’, VITA, CAOS…, jeans usati come tela su cui tesseva con il colore il suo dissenso verso una società che stritola la libertà dell’uomo a favore dell’interesse individuale, del capitalismo. Era il suo parlare. Parole come colori o colori come parole invadevano l’azzurro del cielo stracciando di rosso il giorno, le vele gonfiate dal vento dell’ideale solcavano i mari della speranza. Parole segnavano l’orizzonte ed il nero marcava la circolarità della vita e definiva il pensiero. Parole, tante, numerose come compagni nei cortei. Oggi il parlare di Luigi De Giovanni è cambiato, il rosso, il blu, il giallo brillante di un tempo si spengono cedendo il posto alla notte, nessun orizzonte trattiene la parola libertà. Le parole sembrano reperti archeologici del passato, menhir di MORTE svettano tagliando in due la tela e l’orizzonte è L’Urlo Nel Buio. Il grido rivoluzionario indietreggia e le parole lasciano il posto ai numeri: 50 7x7 49 … due per due quattro. Mi riporta alla mente Dostoevskij quando in: “Memorie del sottosuolo” dice “…forse tutto lo scopo al quale tende l’umanità consiste soltanto e per l’appunto in questa perpetuità del processo del suo raggiungimento, o in altre parole: nella vita stessa, e dunque non nello scopo considerato di per sé, - il quale scopo, si capisce, non dovrà essere altro se non appunto quel due per due quattro, ovverosia una formula; in effetti quel due per due quattro non è già più vita, signori miei, bensì il principio della morte”
Ed il 7x7 49 non è più vita ma il principio della morte?
Dopo il 2 per due non rimane nulla, se non la consapevolezza che ogni azione si termina in un urlo nel buio, mentre il pensiero affoga nell’infinito e benché l’artista tenti di sprofondare nel letto molle dell’inerzia, cercando di sfuggire all’infinito, non riesce a sfuggire al suo pensiero perché ne è prigioniero e carceriere per scelta e per bisogno. Ed anche i numeri svaniscono e rimane l’uomo abbracciato al ricordo: un gruppo di nostalgici segna il passo dietro un corteo trattenendo tra le mani una vecchia bandiera lacera e stinta con sopra scritta la parola libertà e benché De Giovanni appenda la sua rivoluzione ad una gruccia la dipinge di rosso e il jeans dipinto sul jeans diventa memoria. Aderenze contestuali. Ma anche il due per due quattro svanisce. Rimane l’uomo, l’uomo che vola nel suo pensiero oltre il limite imposto dalla forma, oltre il limite di quella linea bianca tratteggiata che compare su una tela, quasi strisce pedonali nella memoria, dove la parola libertà non è scritta ma si legge e l’eco della rivoluzione svanisce lasciando l’immagine piatta di un jeans sul jeans.
“J’accuse!”.


NOTA BIOGRAFICA:
Luigi De Giovanni nasce il 12 Febbraio del 1950 a Specchia (Lecce). Si diploma all´Istituto d´Arte di Poggiardo nel 1969. Nel 1974 si diploma all´Accademia delle Belle Arti di Roma. Dal 1970 al 1978 segue il Corso Libero del Nudo. Sin dalla più tenera età esegue disegni ed acquerelli seguito dalla madre. Nel 1967 dipinge assiduamente e fa la sua prima mostra collettiva. Nel 1973 con il maestro Avanessian inizia lo studio dell´imprimitura delle tele e delle terre. Nel 1974 si perfeziona nella tecnica ad olio. Nel 1980 sperimenta la tempera all´uovo; realizza alcune opere con un unico filo conduttore "scalate sociali". Nel 1988 sperimenta tecniche miste con l´uso di materiali di scarto simbolo di "rifiuto" quali: segatura, trucioli metallici, pezzi di gomma inservibili, carta e tessuti. Inizia il rapporto con la Galleria "Mentana" di Firenze che lo presenta alla Fiera Arco di Madrid. Nel 1986 comincia a realizzare e ad esporre opere che hanno come filo conduttore "l´angoscia nella società attuale"; comincia ad usare i jeans vecchi come tele per le sue opere a carattere sociale.



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