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Luigi de Giovanni a Seulo a dipingere (Galleria Mentana)

 

 

 

 

 

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Solomea

Il freddo d’inizio inverno si era fatto pungente. In casa di Gavino c’era concitazione perché Consolata era pronta per il parto del decimo figlio e già dal pomeriggio aveva avvertito le doglie. Damiana, la madre di Consolata, stava in cucina e da una vicina che assisteva la partoriente venne mandata a chiamare l’ostetrica perché era giunto il momento del parto. Lei corse subito con il cuore in gola. Giunta a destinazione bussò sino a che il marito dell’ostetrica non aprì la finestra e con imperio chiese cosa avesse per disturbare a quell’ora della notte. Damiana gli disse che sua figlia stava partorendo. Lui rispose che sua moglie, a quell’ora, non sarebbe andata da nessuna parte.  Disse pure che la partoriente non era al primo figlio per cui: << Andate a casa e fate il vostro dovere di madre aiutandola. Mia moglie passerà domani mattina a visitarla.>> Poi chiuse la finestra borbottando. Tornato a letto raccontò a sua moglie che Damiana li aveva svegliati perché sua figlia Consolata stava partorendo. L’ostetrica si girò sull’altro fianco dicendo: << Consolata è al decimo figlio, vuoi che non sappia come si fa a partorire!>> Damiana, avvertendo un brivido che le attraversava la schiena, si strinse lo scialle e corse da sua figlia. Ebbe l’impressione che per strada un’ombra scura si allungasse precedendola. Il cuore le si rimpicciolì in una morsa d’angoscia. Mentre stava entrando a casa della figlia ebbe l’impressione che quell’ombra orribile fosse lì e si stagliasse minacciosa nella parete del primo piano. Aprendo la porta, sentì l’urlo del genero Gavino e capì che l’ombra che l’aveva preceduta si era portata via Consolata. Il dolore la travolse. Consolata aveva avuto una emorragia che non era stato possibile bloccare. Anche il nascituro era spirato subito dopo la madre. La figlia piccola Solomea, che aveva due anni, piangeva e chiamava la madre e per tranquillizzarla il babbo la prese in braccio e mentre la cullava le parlava del suo dolore. I bambini vennero portati tutti da una vicina. Nella casa di Gavino era entrato il dolore e pareva aver travolto ogni sogno, ogni speranza. Per far fronte alle esigenze della famiglia Gavino si trasferì con il gregge nel Sulcis, dove cominciò a fare il pastore di giorno e il minatore di notte. Il figlio più grande lo aiutava nella mungitura e portando al pascolo le pecore, mentre a fare il formaggio e la ricotta ci pensava Gavino. Gli altri figli erano stati affidati alla nonna materna. Erano passati quattro anni dalla morte di Consolata e Gavino era ormai rientrato in paese. Un giorno Salvatora, una cugina benestante di Gavino, vedova e senza figli, chiese che le venisse affidata la piccola Solomea. Gavino accettò volentieri. La bambina, che conosceva Salvatora, si mostrò felice del cambiamento, anche se, i primi periodi, soffrì parecchio. Salvatora la trattava con amore e non le faceva mancare nulla. Un giorno si presentò a casa di Salvatora, con un cestino di dolci, Egidia, soprannominata Sa Stria (la civetta). Salutò con fare gentile: <<Buongiorno zia Salvatora come sta? Mi hanno detto che è raffreddata e sono venuta per darle una mano in casa. Mi pare che questa bambina non sia capace di fare niente, ma, poverina, nessuno glielo ha insegnato: vero Solomea?>> <<No! Io so fare tante cose ma zia non vuole che l’aiuti perché dice che io devo farle solo compagnia!>> <<Una bambina della tua età deve fare le faccende domestiche senza che glielo chiedano e non deve solo mangiare. Che dice zia Salvatora ho ragione?>><<Figlia mia, Solomea è piccola e a mi fa piacere che mi tenga compagnia e sia contenta. Io le voglio bene come se fosse mia figlia>> <<Qualche volta verrò ad aiutarvi io; non per paga, ma perché io vi sono affezionata come una figlia.>> Egidia, dopo aver salutato con voce melliflua, andò via. Salvatora era sorpresa della visita della donna perché era una persona che non aveva mai frequentato. Solomea, forse intuendo la preoccupazione della zia, le chiese: <<Zia, perché è venuta a portarti i dolci quella?>> Salvatora non rispose ma invitò la piccola a mettersi la mantella per andare a regalare i dolci, che aveva portato Egidia, a Felicina, una sua amica povera che sicuramente non poteva permetterseli. <<Zia passo a salutare babbo e i miei fratelli, che dici?>> <<Certo figlia mia. Domani andiamo insieme a trovarli e portiamo uno stufato d’agnello con patate, perché sicuramente tuo padre preparerà la solita carne arrosto.>> La bambina felice corse a fare la commissione e a visitare la sua famiglia. Rientrò eccitatissima dopo neanche mezz’ora. <<Zia, zia, babbo mi ha detto d’andare a pranzo a casa nostra perché mie sorelle stanno preparando is culurgionis con nonna! A me ne hanno cotto tre sul treppiede, ed erano buonissimi! <<Torna da loro e avvisali che io, già da oggi, preparo il sugo con carne di maiale. >> La bimba felice corse a casa sua e rientrò subito dicendo che erano tutti contenti.

I giorni e i mesi passavano sereni. Solomea si preoccupava solo quando arrivava Egidia perché la rimproverava e la sminuiva agli occhi della zia. La donna, invece, blandiva e colmava di attenzioni Salvatora. Con il passare del tempo Egidia era onnipresente, in casa di Salvatora, e dava ordini a Solomea costringendola a riordinare e a fare tutte le pulizie. Pareva che Salvatora si fosse arresa alle lusinghe di Egidia e che addirittura le piacessero. La bambina per la stanchezza spesso si addormentava sulla sedia. Egidia la rimproverava facendo notare a Salvatora come la piccola fosse inetta. Pareva che Salvatora avesse perso l’autonomia e si facesse comandare in tutto e per tutto dalla donna. La bambina, triste, era conscia che la zia non si rendesse conto delle sue sofferenze.

In tarda estate un giorno andarono tutte nella vigna ed Egidia fece notare che gli uccelli stavano mangiando l’uva. Chiamò Solomea e la obbligò a mettere un campanaccio, che intenzionalmente Egidia portava nel grembiule, al collo, ordinandole di correre da una parte all’altra della vigna per scacciare gli uccelli. La bambina, che aveva compiuto sette anni da poco, non voleva accettare ma Salvatora la convinse dolcemente: <<Dai Solomea, non ti costa niente e non c’è niente di male!>> Solomea accettò e cominciò la corsa fra le lacrime mentre Egidia diceva a Salvatora: <<Hai visto come volano via gli uccelli! Ci dovevamo pensare prima! Io per caso mi sono trovata quel campanaccio nel grembiule! Vedrai che quest’anno gli uccelli non mangeranno l’uva e farai sicuramente più vino!>> Al rientro a casa Solomea non volle cenare ed Egidia le disse: <<Dai Campanaccio mangia che oggi ti sei stancata! Ah! Ah! Ah!>> La bambina si disperava quando la donna la chiamava Campanaccio, ma ingoiava le lacrime e andava avanti. Per giorni Solomea dovette correre per la vigna e ormai, non solo Egidia, ma anche i bambini del paese cominciarono a chiamarla con quell’orribile soprannome. Il dolore della bimba era incommensurabile e pensava che se ci fosse stata sua madre o l’avesse saputo suo padre certo che non l’avrebbero più chiamata in quel modo. La tristezza pareva essersi impadronita di lei e mentre correva con quel tintinnio cupo piangeva e pregava che sua madre venisse in suo soccorso ma i giorni si ripetevano sempre uguali e lei correva, correva e correva sognando che un incendio incenerisse la vigna. I suoi pensieri erano ormai concentrati sulla possibilità di potersi allontanare da quella casa. Una mattina non volle andare in vigna a scacciare gli uccelli ed Egidia la rimproverò aspramente dicendole che sarebbe dovuta andare a fare la serva perché solo così avrebbe imparato a vivere e ubbidire. Le mollò uno schiaffo che fece emergere in Solomea il coraggio di scappare e d’andare dove sapeva che il babbo, ormai rientrato dal Sulcis, pascolava le pecore. Come lo vide, da lontano, piangendo gli grido: <<Tu non mi vuoi a casa e io voglio andare a fare la serva!>> <<Che dici figlia mia! Cosa ti è successo? Perché non sei da zia Salvatora?>> <<Io non voglio più che mi mettano il campanaccio al collo come le pecore e non voglio correre in vigna per scacciare gli uccelli come mi fa fare Sa Stria! Non voglio che mi chiamino Campanaccio! Io voglio tornare a casa e se tu non mi vuoi io voglio andare a fare la serva! Io non voglio essere picchiata da Sa Stria!>> Il babbo la guardava con le lacrime agli occhi e con estrema calma le disse: <<Cara Solomea tu non andrai a fare la serva perché noi non abbiamo bisogno di questo. A fare la serva, se vuole, ci andrà Sa Stria perché in casa sua, se non rubano, non mangiano. Tu starai a casa con tua nonna e i tuoi fratelli.>> La bambina rientrò con il padre e i fratelli e la nonna quando la videro l’abbracciarono. Loro erano preoccupati perché Salvatora l’aveva cercata. I fratelli non sapevano che la sorellina era scappata perché disperata. Il fratello disse al padre d’aver fatto a pugni perché un bambino gli aveva chiesto di Campanaccio in tono sprezzante. Gavino andò da Salvatora e le disse: <<Non avrei mai pensato che tu permettessi che trattassero in quel modo mia figlia. Ti sei messa Sa Stria in casa e avrai la parte migliore perché sicuramente lei è venuta da te non per amore ma solo per l’eredità.>> <<Che dici Gavino l’eredità voglio lasciarla ai tuoi figli!>> <<I miei figli non hanno bisogno di niente. Ti auguro che tu stia bene e che venga ripagata a dovere per ciò che hai permesso facessero a Solomea.>> Salutò e andò via. Qualche giorno dopo si scatenò un terribile temporale di grandine che pareva si fosse concentrato sulla vigna di Salvatora distruggendola. Salvatora passò i suoi ultimi anni in miseria, perché Sa Stria l’aveva raggirata e si era fatta fare l’atto di vendita di tutti i beni, per cui, Salvatora, dovette chiedere aiuto a Gavino che, con l’accordo dei figli, la ricevette in casa con amore mentre Sa Stria faceva la signora con i suoi beni.

 Dicembre 2021                                                                             Federica Murgia

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