^Back To Top

foto1 foto2 foto3 foto4 foto5

    youtube linkedin pinterest tumblr   

 

Rassegna stampa

Critica

Arte DeGiovanniLuigi

Accesso Utenti

Contatore visite

Newsletter

Chi è online

Abbiamo 21 visitatori e nessun utente online

Siti partner

MurMurOfArt

 

 

 

 

Specchia.it / sezione Cultura

Galleria Mentana Firenze

Luigi de Giovanni a Seulo a dipingere (Galleria Mentana)

 

 

 

 

 

Amministrazione

Tracks: tracce – a cura di Francesca Paba

racks: tracce – a cura di Francesca Paba

 


Tracks: tracce – a cura di Francesca Paba
Con questa mostra l’artista vuole evidenziare l’importanza dei segni da lui lasciati sulla tela, metafora delle bianche tracce trasmesse involontariamente dal percorso delle persone. Con i primi prende forma un dipinto con i secondi la storia grande e piccola dell’uomo.
Tracce sono quelle di un pennello carico di colori. Esse descrivono la storia intima di Luigi, mostrando non solo la sua cultura ma anche quella dei suoi antenati che ne hanno plasmato il carattere. E’ l’artista che parla nel silenzio rivelando il suo conscio e il suo inconscio.
Le sue sono pennellate di sofferenze e di gioie. Sono tracce di sentimenti che danno luogo a spirituali viola, a verdi speranze, a rosse passioni e a neri pessimismi. I colori s’incontrano creando una poesia malinconica: racconto di Luigi De Giovanni.
L’opera in mostra vuole essere espressione di antichi luoghi che conservano o sono tracce del passato: testimonianze dell’umanità non sempre riconosciute e rispettate.
Tracks nei sogni, nella sensibilità di un animo che le dipinge, nei percorsi segnati da lontani tratturi di religiosità della vita. Traccia è un frammento di coccio, ancora testimone del tempo in cui era oggetto, ci dice del lavoro, della cultura: descrive la società a cui era appartenuto.
Venticinque sono i moduli che compongono l’unica opera in mostra e ciascuno, nei segni interrotti e nei colori, racconta l’intero: il particolare che riporta al tutto, al gesto che l’ha dipinto, all’istintività dell’attimo creativo, all’intento dell’artista. L’opera è una mappa che si rifà ai segni reali di un corpo, ad un viso segnato dagli eventi, alla spiritualità nascosta, all’humus che ha alimentato Luigi.
Ogni modulo è una traccia con significato proprio. Da questo si arriva alla performance che prende senso negli inconsapevoli tracciati dei visitatori, che indicano percorsi, che indicano storie. Orme che conducono a luoghi lontani e a più lunghi cammini spirituali, che si vorrebbero mantenere segreti.
Le persone lasciano e intrecciano fisiche tracce del loro passaggio, creano nelle strade pennellate della loro andatura, dapprima dal contorno nitido e ben definito che vanno via via a sfumare. Passi, soste che, più chiaramente, raccontano del gusto di lasciare una traccia come prova di sé e della propria storia. Francesca Paba

 

 

 

 

 

 

Titolo: Ossimori pittorici

“Ossimori pittorici” è il titolo della mostra di Luigi De Giovanni, che si potrà visitare fino al 30 luglio ’19 al castello Risolo di Specchia. Le opere in esposizione prendono in considerazione le contraddizioni interiori dell’artista che, addentrandosi nel paesaggio, nelle nature morte o nelle angosce, trova il suo discorso: la sua pittura. È così che si perde nei colori, nell’humus dei suoi luoghi amati, dove anche un fiore ha i suoi significati, per procedere con più furia nei suoi tormenti fatti di conflitti sociali, di lotte per il potere o contro il potere troppo spesso oppressivo e ingiusto. L’artista in questa esposizione, sintesi del suo lavoro e del suo pensiero di sempre, indaga la società, con le incoerenze che la caratterizzano, trovando pace nella bellezza malinconica del breve tempo dei fiori recisi e nella poesia del paesaggio che sa suscitare poetiche emozioni in tutte le stagioni. Le sue angosce cominciano a manifestarsi nel tuffo quasi religioso nei campi di papaveri dove il rosso si accende e si adombra suggerendo pennellate intense che fanno sentire l’urlo dei caduti nei campi di battaglia dove nello spirituale oriente i comandanti lanciavano i semi di questo fragile fiore per farli rifiorire in una speranza dolorosa ma di vita: vita spezzata dall’egoismo dell’uomo che ambisce al potere. I climi lividi di segni sempre più aggressivi penetrano il supporto pittorico, tele o jeans, sino a caricarsi del pensiero dell’artista in una denuncia del suo dolore interiore che guarda alla natura anche lei tradita, sfruttata dalla forza bruta e selvaggia dell’uomo che nel suo voler essere perfetto si manifesta nella sua malvagità.
Luigi De Giovanni, in questo modo, con la sua pittura istintiva e traboccante di tracce dei percorsi delle idee, si apre all’esterno seguendo sensazioni che si palesano nel suo addentrarsi nel colore, canale delle sue elucubrazioni che trovano origine lontano quando lui riusciva a vedere l’immaginazione al potere: un sessantotto tradito e distorto nei tanti sogni. Tradito negli ideali ormai lontani ma ben descritti nelle opere intitolate “Carte” dove le ferite, ancora sanguinanti d’un rosso marcescente e raggrumato, suturate con garze e fili colorati perché il colore è conforto, brucianti ancora di delusione, sono tracciate da pennellate che lasciano segni espliciti di angoscia e di rassegnazione. De Giovanni si rasserena nella natura, che non lo tradisce mai e che gli consente di riprendere i fili del suo animo che si inoltra, oltre il reale, nella spiritualità suggerita dai luoghi amati. I suoi paesaggi, in quest’occasione, recenti e del Salento, dipinti nei mutamenti stagionali, raccontano una terra con i fusti contorti degli ulivi feriti e spogli, i muretti a secco che si vestono di bianco, la terra rossa che accende gli scorci, il mare che invita ad un bagno estivo, le fioriture primaverili che inebriano sino a far trovare l’armonia del creato. Il paesaggio prosegue il suo discorso nello studio con i fiori recisi che dalla rigogliosità piena di speranza dei boccioli di vita lasciano cadere i petali nel tramonto dei loro giorni per donare atmosfere coloristiche che sanno di poesie e malinconie: paesaggi e fiori che nel tempo si ripetono nei loro discorsi e parlano di bellezza e speranza. Le carte con le garze che suturano ferite troppo profonde e troppo spesso nascoste nei cuori delle persone svelano fragilità e sofferenza di chi, smarrito, cerca la strada della salvezza. I jeans, nel loro racconto di lavoro e rivoluzione delle idee purtroppo deluse, ormai diventati apparenza, strappati e lisi prima d’essere usati in una finzione vuota hanno perso la loro forza evocativa per diventare oggetto consumistico e vuoto. Nei Jeans l’essere pare non avere più valore al suo posto c’è l’uomo smarrito che, ingannando sé stesso, ritiene di vivere una vita piena e giusta. La mostra è tutto questo: un’indagine profonda della società dove l’essere conta meno dell’apparire, dove la finzione è più vera del reale, dove l’artista denuncia una maggiore coerenza con il vero senso del vivere in armonia.
La mostra è stata presentata da Raffaele Polo che curato il testo critico in catalogo, allestita dell’Arch. Stefania Branca e organizzata da Il Raggio Verde Edizioni, Arteluoghi e e20cult con il patrocinio del Comune di Specchia in collaborazione con la Pro Loco di Specchia.
Federica Murgia
Info:
Cell. 3292370646
www.degiovanniluigi.com