^Back To Top

foto1 foto2 foto3 foto4 foto5

    youtube linkedin pinterest tumblr   

 

Rassegna stampa

Critica

Arte DeGiovanniLuigi

Accesso Utenti

Contatore visite

Newsletter

Chi è online

Abbiamo 9 visitatori e nessun utente online

Siti partner

MurMurOfArt

 

 

 

 

 

 

Specchia.it / sezione Cultura

Galleria Mentana Firenze

Luigi de Giovanni a Seulo a dipingere (Galleria Mentana)

 

 

 

 

 

Amministrazione

Titolo: Ossimori pittorici

Titolo: Ossimori pittorici

“Ossimori pittorici” è il titolo della mostra di Luigi De Giovanni, che si potrà visitare fino al 30 luglio ’19 al castello Risolo di Specchia. Le opere in esposizione prendono in considerazione le contraddizioni interiori dell’artista che, addentrandosi nel paesaggio, nelle nature morte o nelle angosce, trova il suo discorso: la sua pittura. È così che si perde nei colori, nell’humus dei suoi luoghi amati, dove anche un fiore ha i suoi significati, per procedere con più furia nei suoi tormenti fatti di conflitti sociali, di lotte per il potere o contro il potere troppo spesso oppressivo e ingiusto. L’artista in questa esposizione, sintesi del suo lavoro e del suo pensiero di sempre, indaga la società, con le incoerenze che la caratterizzano, trovando pace nella bellezza malinconica del breve tempo dei fiori recisi e nella poesia del paesaggio che sa suscitare poetiche emozioni in tutte le stagioni. Le sue angosce cominciano a manifestarsi nel tuffo quasi religioso nei campi di papaveri dove il rosso si accende e si adombra suggerendo pennellate intense che fanno sentire l’urlo dei caduti nei campi di battaglia dove nello spirituale oriente i comandanti lanciavano i semi di questo fragile fiore per farli rifiorire in una speranza dolorosa ma di vita: vita spezzata dall’egoismo dell’uomo che ambisce al potere. I climi lividi di segni sempre più aggressivi penetrano il supporto pittorico, tele o jeans, sino a caricarsi del pensiero dell’artista in una denuncia del suo dolore interiore che guarda alla natura anche lei tradita, sfruttata dalla forza bruta e selvaggia dell’uomo che nel suo voler essere perfetto si manifesta nella sua malvagità.
Luigi De Giovanni, in questo modo, con la sua pittura istintiva e traboccante di tracce dei percorsi delle idee, si apre all’esterno seguendo sensazioni che si palesano nel suo addentrarsi nel colore, canale delle sue elucubrazioni che trovano origine lontano quando lui riusciva a vedere l’immaginazione al potere: un sessantotto tradito e distorto nei tanti sogni. Tradito negli ideali ormai lontani ma ben descritti nelle opere intitolate “Carte” dove le ferite, ancora sanguinanti d’un rosso marcescente e raggrumato, suturate con garze e fili colorati perché il colore è conforto, brucianti ancora di delusione, sono tracciate da pennellate che lasciano segni espliciti di angoscia e di rassegnazione. De Giovanni si rasserena nella natura, che non lo tradisce mai e che gli consente di riprendere i fili del suo animo che si inoltra, oltre il reale, nella spiritualità suggerita dai luoghi amati. I suoi paesaggi, in quest’occasione, recenti e del Salento, dipinti nei mutamenti stagionali, raccontano una terra con i fusti contorti degli ulivi feriti e spogli, i muretti a secco che si vestono di bianco, la terra rossa che accende gli scorci, il mare che invita ad un bagno estivo, le fioriture primaverili che inebriano sino a far trovare l’armonia del creato. Il paesaggio prosegue il suo discorso nello studio con i fiori recisi che dalla rigogliosità piena di speranza dei boccioli di vita lasciano cadere i petali nel tramonto dei loro giorni per donare atmosfere coloristiche che sanno di poesie e malinconie: paesaggi e fiori che nel tempo si ripetono nei loro discorsi e parlano di bellezza e speranza. Le carte con le garze che suturano ferite troppo profonde e troppo spesso nascoste nei cuori delle persone svelano fragilità e sofferenza di chi, smarrito, cerca la strada della salvezza. I jeans, nel loro racconto di lavoro e rivoluzione delle idee purtroppo deluse, ormai diventati apparenza, strappati e lisi prima d’essere usati in una finzione vuota hanno perso la loro forza evocativa per diventare oggetto consumistico e vuoto. Nei Jeans l’essere pare non avere più valore al suo posto c’è l’uomo smarrito che, ingannando sé stesso, ritiene di vivere una vita piena e giusta. La mostra è tutto questo: un’indagine profonda della società dove l’essere conta meno dell’apparire, dove la finzione è più vera del reale, dove l’artista denuncia una maggiore coerenza con il vero senso del vivere in armonia.
La mostra è stata presentata da Raffaele Polo che curato il testo critico in catalogo, allestita dell’Arch. Stefania Branca e organizzata da Il Raggio Verde Edizioni, Arteluoghi e e20cult con il patrocinio del Comune di Specchia in collaborazione con la Pro Loco di Specchia.
Federica Murgia
Info:
Cell. 3292370646
www.degiovanniluigi.com

 

 

 

I PERCORSI DELLA MEMORIA

Per una rivoluzione dello sguardo

Nel segno de “Il Raggio Verde”, seguiamo da almeno dieci anni il percorso creativo di Luigi De Giovanni, un artista che partito da una fedeltà, pressoché genetica, alla figurazione e al paesaggio, ha saputo nel tempo, calandosi in una sorta di full-immersion interrelazionale, approdare a soluzioni innovative di ampia riflessione e di approfondito dialogo. Guardando ancora una volta alla memoria, come molti della sua generazione, in quanto momento determinante del pensiero e del fare.

 

E come fa il critico, a cui piace rammentare che in una certa occasione (l’oggetto d’attenzione era/è il lavoro di Luigi De Giovanni) aveva scritto di “una raffigurazione pittorica legata alla natura, anche quella minore” che si manifestava nella “vivacità degli apporti cromatici, sempre su di tono e in piena sintonia con quella pittura di paesaggio quanto mai legata –stante lo strettissimo rapporto con la realtà napoletana nel corso dei secoli passati- alla storia stessa della nostra terra”, e che in un’altra aveva richiamato l’attenzione sulla “complessità della sua ricerca, sviluppata tutta lungo la linea che dalla figuratività (quella sua attenzione al paesaggio che va oltre la

pura e semplice descrizione) si sposta fino ad una sorta di astrazione espressionista. Come ben visibile in quelle tecniche miste su jeans, che parlano di storie non concluse, di emergenze e di vita vissuta”.

Oggi, eccoci ad un nuovo incontro con Luigi De Giovanni, per una personale/riepilogo che ancora una volta volge lo sguardo nel vissuto, quello personale oltre che quello collettivo, muovendosi tra miti e utopie, segni ed immagini, suoni e parole. E che nell’emblematicità del quattordici luglio consente altre fughe ed altre fantasie.

Tracce di Ri€voluzione”, questo è il titolo di una sorta di mostra open che vuole farci attraversare gli ultimi cinquant’anni della nostra contemporaneità, accorpando i luoghi (l’originario Salento alla Sardegna essenziale, alla storica Firenze ed oltre) e comprimendo il tempo, portati

quasi per mano da Stefania Branca nel suo allestimento, coinvolti dalla performance live di Daniele Gabriele, e affascinati dal gioco delle sorprese come il lancio di acquerelli da intendersi quali “i colori dell’arte per colorare il futuro”. Nel ricor-

do di qualcosa che è avvenuto, ma anche nella speranza che l’utopia possa ri-verificarsi, ben oltre la rabbia, le urla, le delusioni, i tradimenti e le sconfitte sofferte.

E ci piace ricordare che nelle primissime pagine di “Le livre rouge de la rèvolution picturale par Pierre Restany”, edito dalle Edizioni Apollinaire di Milano, nel maggio millenovecentosessantotto, si legge “Idéaires de tous les pays, Unissez-vous!”, in una sorta di sollecitazione globale verso i creativi del mondo (chiamata alle arti?) affinché

l’immaginazione potesse andare al potere. Come in realtà poi, a ben guardare, non è accaduto.

Di fronte al rinnovarsi di una tale necessità (si parla tanto oggi di urgenza di bellezza e di etica dell’arte) ci pare importante riflettere, mettendoci al fianco di Luigi De Giovanni tra immagini note e richiami profondi, segni e parole, cromie esasperate al limite della materia, superfici anomale come quelle testimoniali dei jeans, e

infine equilibri di toni e di colori, nel segno della serenità. Che non è di certo la pace, ma la presa di coscienza di sé e della propria dimensione: umana, sociale, nazionale, oltre che la capacità di sentirsi sempre più vivo, e pronto perfino ad una

nuova rivoluzione.

Quella dello sguardo!

  

Toti Carpentieri