MOSTRE.
Luigi De Giovanni alla Bacheca di Cagliari:
l'anima di un ex sessantottino racconta la selvaggia Barbagia di Seulo e la
fine dell'utopia
Dipingendo (in jeans) la Sardegna
Lunedì 13 dicembre 2010
al raffinato barocco del Silento al naturale
espressionismo della Barbagia di Seulo il passo non è breve. Soprattutto per Luigi
De Giovanni, pittore che ama i ricchi ornati della sua terra natale, che
dipinge preferibilmente i selvaggi angoli del centro Sardegna e che si rifiuta
di salire in aereo: ragion per cui, i periodici trasferimenti tra le dolci
alture pugliesi e i ripidi tacchi del meridione barbaricino si trasformano in
avventura comunque irrinunciabile.
Da quanti anni sia diventato sardo, l'artista neppure si
ricorda. La doppia cittadinanza è sua misura di vita, esattamente come la
sovrapposizione dell'esprimersi artistico. Nato popista, si è via via inoltrato
nelle trasparenze dell'atmosfera naturale, superando poi le strutture formali
per evocare immagini e sensazioni attraverso coloratissime aggregazioni
astratte. Si direbbe un tormentato percorso accademico-spirituale, una coerente
maturazione di ricerca, se non fosse che tanto pendolarismo pittorico si rivela
infine di natura circolare. Tutto infatti continua a convivere, replicandosi
senza ripensamenti né abbandoni: i jeans incollati, le geometrie disarticolate,
i colori cupi e il segno rabbioso, le rappresentazioni idealizzate, le allegrie
cromatiche di fiori, gli alberi primaverili, gli inni alla natura, la
disgregazione di equilibri cromatici, le macchie informi che negano la figura.
Nato anarchico, De Giovanni se ne andrà testardamente anarchico.
Le apparenti contraddizioni di un artista così
particolare sono ora in mostra alla Bacheca di Cagliari. La parte preponderante
dell'allestimento (tutte opere di quest'anno, esposte sino alla fine di
dicembre) è un omaggio alla spettacolare natura seulese: paesaggi ricchi di
fitta vegetazione, grovigli di rami e foglie, vallate incorniciate da creste
inaccessibili, pareti che precipitano nel verde, improvvisi bagliori di
torrenti e cascate, rocce, antichi lecci, ciliegi in fiore, robusti noci, ombre
e luci, frastagliati orizzonti che fra cielo e terra si combattono con delicate
sfumature e violente tonalità. Chi va per trekking lungo le andalas di quel
paradiso quasi inesplorato può riconoscere scorci di Perdabila, Taccorì,
Perdaxinonpesada; e Genn 'e Serra, dov'è la casa di Giorgio e Maria, il nido
d'infanzia di Federica che è moglie del pittore.
Luigi e Federica vivono a Cagliari, ma dividono l'anno
spostandosi tra Specchia, Seulo, il capoluogo sardo e i luoghi di allestimento
delle mostre. Paesaggi verdi, alberi e cieli nascono barbaricini, mentre i
fiori sono “nature vive” che si fanno ritrarre nella città vecchia, rione
Villanova. I fiori di De Giovanni sono una continua esplosione di colori
vibranti e rifrazioni solari; e sono anche un bignamino di correnti artistiche,
offrendo passi che variano dal naturalismo all'impressionismo,
dall'espressionismo all'astrattismo, a seconda dell'occasionale tensione
dell'autore.
Tensione mai attenuata, sebbene delusa nel correre degli
anni. De Giovanni era convinto sessantottino e tale un po' è rimasto nel
profondo. I suoi progetti di scenografia teatrale, quattro decenni fa, sono
scuri. L'adesione al pop lo converte alla pittoscultura, perciò strappa
pantaloni jeans e li trasforma in quadri materici visionari, animati di colori
cupi e di parole che gridano malumore sociale: morte, distruzione, sos, caos,
aiuto! Le sue “urla nel buio” denunciano la caduta delle speranze, la fine
dell'utopia. Tanti giovani hanno urlato assieme a lui, poi la rabbia si è
attenuata, l'epopea della contestazione si è disciolta nei mille rivoli della
rassegnazione, dell'ottimismo, dell'adeguamento e dell'opportunità. Anche De
Giovanni è cresciuto incontrando svolte positive, ma non ha abbandonato la
protesta: ecco i jeans lacerati, incollati al telaio, spennellati e accomunati
da due costanti: l'ossessiva scritta “68” e una selva di scale a pioli. Sono le
scale dell'arrampicamento sociale di chi, secondo lui, ha “tradito” quella
spinta giovanile. Però, a distanza di tanti anni, anche le scale dipinte da De
Giovanni sono inserite in ambiente di soffice luce, forse segnale di
chiarimento.
MAURO MANUNZA