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Contraddittori
possono apparire, al primo impatto, certi passaggi di
genere che rivelano un itinerario di sofferta ricerca
tematica, stilistica e concettuale nell'arco di un quarto di
secolo. Un viaggio nel furibondo tumulto emotivo giovanilmente
denunciato con l'inchiostro di china, nella condivisione delle
angosce dei nostri tempi trasferite nel sentimento pop e nella
serenità della natura liricamente colta attraverso
l'interpretazione dei colori e dei soggetti. Serenità di luce -
un'esplosione continua di gioioso cromatismo - ma non di tratto.
Nei "jeans" carichi di rabbia sociale così come nei fiori,
frutta, alberi, foglie, rami, paesaggi, ritratti, colpisce
inizialmente la felice vivacità del colore, ma il vero fascino
deriva dal nervoso volteggiare di un pennello guidato
dall'emozione: turbamento che si traduce in un animato intrico
di furori. De Giovanni - pugliese naturalizzato sardo - sembra
abbandonarsi a un istinto che deriva da osservazioni e
sensazioni tutte "mediterranee"; dominandolo tuttavia col
talento artistico e la padronanza tecnica. C'è sulle tele un
intreccio di informale e impressionismo, di espressionismo e
realismo (inconsce tracce di una lontana esperienza
scenografica) che diventa unitario evidenziando un preciso
percorso verso il conclusivo approdo artistico. Nessuna
"contraddizione", quindi, a ben guardare. Ed è bene guardare.... |
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,,,,,corolle
fino a che l'armonia complessiva soddisfa la sua ricerca di un
equilibrio non solo visivo. Capta e trasferisce esistenze
effimere e radiose e ne riempie completamente le tele,
saturando i fondi di ascese verticali verso la luce, fino a
farli scomparire. Nella leggerezza dei tralci e dei fasci c'è
una rappresentazione gioiosa che ha i suoi esiti più intensi
quando si fa rarefatta ed essenziale, quando dei fiori non
rimane che l'impronta del colore. Frammenti di fibre, puri
passaggi, l'idea del fiore divenuta astrazione nell'accenno
veloce del tocco caldo dell'olio. Intatta la vitalità che
protegge il segreto di una malinconia nascosta sotto i getti
freschi di mimose e glicini, e che si rifugia tutta sui
tronchi scheletrici degli alberi, tratteggiati con moltitudine
di luminose fronde ma secchi e scabri e come inariditi.
Un'allegoria poetica affidata alle quasi infinite varietà
vegetali, le controfigure gentili di sentimenti sovente venati
d'angoscia. Il muto teatro non ospita né mani né visi né
corpi. Velato, rimanda sotto forma di emozioni gli slanci e le
cadute, l'inarcarsi e il ripiegarsi del cuore, in un racconto
indiretto reso dal rapporto tra le impennate cromatiche e le
forme sinuose. Nei fiori, e nel loro apparente realismo, Luigi
De Giovanni identifica il fluire della vita, ma per la rabbia
e la memoria egli usa dei jeans irrigiditi, intrisi di
acrilici in tinte fonde, con le parole d'ordine e gli slogan
di un mai digerito 68. Scolpiti in un materiale più povero
della cartapesta, appena in tempo sottratti al rigattiere,
carichi di sabbia e avanzi di bretelle, i vecchi pantaloni da
lavoro Blue Genova sopravvivono a epoche e mode come le
favolose salamandre degli alchimisti. Oberandoli di
responsabilità collettive e personali disfatte, De Giovanni li
fa stare in piedi come fantocci mozzati, supporti vagamente
umani di una pittura forte ed espressiva, l'altra faccia dei
suoi pennelli lucenti. Alessandra
Menesini
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